L’alba (il primo bacio).


Uscire da casa sua, varcare quella soglia al contrario indietreggiando lentamente nell’improvvisazione sempre stentata dell’ultimo saluto, dopo averla finalmente baciata, solo poche ore prima. In un momento imprecisato, storicamente e cronologicamente imprevedibile per te e per lei. Sapevate entrambi che poteva succedere e forse entrambi stavate già pensando “se” e “quando” e “come” sarebbe successo, ma sapevate al tempo stesso che l’alchimia necessaria, pur dipendendo da voi, non dipendeva da voi. Tuttavia, stavate bene e non avevate voglia né tempo per pensarci. Si sarebbe dovuta creare da sola, spontanea, capitando un qualsiasi evento al momento giusto, captando un segnale sulle stesse frequenze, “capando” la scorza dell’imbarazzo finché quel terzo incomodo non fosse nudo. Svelando e congiungendo riferimenti più o meno impliciti, allineando una serie di assi immaginari, scoprendovi d’un tratto sulle stesse coordinate. Che cercandovi su google maps vi si sarebbe trovati nello stesso identico punto. In un copione che non vi era stato dato mai, portandovi a cercare di scriverlo gradualmente, ognuno secondo le proprie idee di sceneggiatura, ma dove almeno un paio di elementi avrebbero dovuto combaciare. E quella sera, forse proprio là dove lo script aveva una falla, un buco, vi eravate combaciati. Coincisi. Dal latino “cum incidere”: venire a cadere insieme. Avvenire nello stesso momento. E nessun verbo è mai stato più legittimo, perché amare è una caduta durante la quale nessuno si preoccupa mai della risalita, o di quando e perché dovrà risalire. Un viaggio per cui compri solo l’andata e non domandi quanto costa il ritorno o se ci sono offerte vantaggiose; andare giù, fregandosene se si vorrà tornare in superficie. Non si tratta altro che di cadere, lasciarsi andare. Non a caso in inglese si dice “to fall in love”. Non perché sia una debolezza, ma perché ti rende debole nel senso migliore che potresti mai immaginare di dare a tale sostantivo. E in quella debolezza voi eravate caduti insieme, coincisi. E coincisi anche nelle strade che vi avevano unito, casualmente, per via d’un amico comune che lavorava da anni all’estero e uno dei pochi giorni che era tornato nella sua città, guarda caso, aveva organizzato una piccola festa dove vi eravate conosciuti. E adesso lui era di nuovo a disegnare cucine e a ubriacarsi coi colleghi londinesi. E tutto vi aveva portato, due settimane dopo, a quel bacio e a tutti quelli che l’hanno succeduto prima che andassi, ovvio. Ma niente di più, sia chiaro. Se mai esistesse poi qualcosa di più. Che probabilmente deve essere ancora scoperto. Non proprio il “bacio” in senso generale, inflazionato e svalutato da tutti quei baci che troppe persone si sono date o hanno visto dare senza attribuirgli alcuna importanza – e tra quelle a volte ci sei stato anche tu – ma il primo. Il primo bacio non ha rivali, se con la persona giusta. Vince a mani basse. Nessun contatto lo raggiungerà mai. Non esiste né esisterà mai niente di paragonabile. Nel momento preciso in cui si raggiunge quel primo contatto avviene la conferma di un desiderio sperato; il consenso, la concessione, il permesso, l’impressione e sapore, l’esplorazione reciproca, la scoperta che anche se succede a cinquant’anni fa sentire adolescenti. Poco importa se i segnali fossero già positivi o tutt’altro. Non c’è un avventuriero o un esploratore di qualsiasi epoca o pianeta che possa avvicinarsi a voi in quell’istante. Un istante di cui è colma la letteratura, la musica e ogni altra ipotetica arte, senza che però nessuno dei più ispirati e sensibili artisti della storia possa avvicinarsi nella bellezza da entrare o descrivere il vostro. Ma soprattutto, due persone che fino a quel momento avevano parlato, sorriso, scherzato e poi riso; si erano prese in giro e avevano giocato, stuzzicato, raccontato, passato e presente… mangiato e bevuto educatamente… e poi di nuovo riso e parlato… e poi parlato e bevuto, e parlato ancora… la smettevano. A un tratto, come comandate da una forza maggiore, lasciavano il copione sul tavolino, accanto al posacenere e i calici di Sassicaia, e facevano improvvisamente sul serio. Stavano improvvisamente in silenzio. Zitte. Completamente e maledettamente zitte, per alcuni minuti. Come vittime di un sortilegio. E solo il silenzio può regalare tale intimità. Neanche la confidenza più terribile.

E mentre la salutavi sulla porta quasi non vedevi l’ora di andare via, talmente tutto era andato bene, talmente tutto era stato come doveva essere. Quasi avessi paura di poterlo corrompere in qualche modo. Come se l’unica tua preoccupazione fosse solo poterlo mantenere intatto, assolutamente perfetto nella tua mente. Sfioravi il paradosso: non vedevi l’ora di andare via da lei per poter pensare a lei. Andare in strada a viverlo ancora migliaia di volte nella tua testa, scoprendolo negli occhi del mondo e delle poche persone che incontri alle 6 del mattino. Netturbini, tassinari, stranieri che prendono il pullman, fattorini che tirano giù pacchi di giornali, baristi che tirano su le saracinesche. Tutto condito e condotto dalla luce: non poteva capitarti di meglio che uscire da quella casa che albeggiava appena. Niente è più esaltante. La giornata non è ancora cominciata, sei in anticipo su tutto – netturbini a parte – e anche su di lei, che comunque sarà una giornata bellissima.

(tratto da “Scisma babe”, storia che sto scrivendo in questo periodo)