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Solo un ragazzo


E poi a distanza di anni chiacchieri con un amico scherzando su quanto eri stato stupido quella volta, o permaloso, o ingenuo.. come se ti accorgessi che non c’è niente di cui averne vergogna, come se quello fosse solo un ragazzo, come se quello non fossi più tu. E invece tu sai benissimo che sei ancora fatto così, che sei uguale identico: puoi aver capito, imparato, scoperto, ma sei sempre un pezzettino di quello stesso, a volte permaloso, a volte ingenuo, a volte stupido.

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Video

Vorrei sapere quando ti ho perso VIDEOCLIP


In questi giorni ho aggiunto al mio canale youtube il videoclip appena realizzato di “Vorrei sapere quando ti ho perso”, tratta dall’omonima poesia di Joyce Lussu, della quale parlai in un vecchio post.

Spero proprio che vi piaccia 🙂

 

Canzoni femmina.


Una donna è un po’ come una canzone: ci sono canzoni che sembrano colpirti al primo ascolto e altre che invece non ti vai a ricercare su internet o tra i tuoi mille dischi, e dovrà capitare di sentirle diverse volte prima di capirne il senso o la melodia, scoprire se ti piacciono davvero, comprenderne il reale valore. Prima di accorgerti che durante l’inciso c’è un dolcissimo violino che in altri ascolti non avevi mai notato o che nell’ultima strofa c’è una frase, alla quale, per la prima volta, dai un significato diverso dal solito. E può capitare addirittura di ascoltare un disco che non ci piace proprio e poi ritrovarlo dopo anni, magari un giorno che non si ha altro da mettere nel lettore, e accorgersi che  la traccia 9 è meravigliosa, ed era rimasta nascosta in quella palude tra la 8 e la 11. E invece è  un capolavoro. Almeno per noi. Ma è questo che importa. E potrebbe diventare la nostra canzone preferita, quella che mettiamo al primo posto in tutte le playlist.

A un’altra categoria appartengono naturalmente quelle canzoni la cui musicalità è così magnetica che per loro impazzisci sin dal primo ascolto, quelle che appena sentite tutti le ricantano, ballano, citano. Anche se spesso queste ultime sono proprio quelle che stancano con maggior facilità.

Due.


katerina bal
Alle due di domenica pomeriggio non girava quasi nessuno, eppure io e Monica ci eravamo ritrovati dopo anni a una fermata d’autobus di periferia in una desolata città che non era nemmeno la nostra. Ci eravamo guardati e subito riconosciuti, come se il tempo non fosse passato – soprattutto per lei -, salutandoci con affetto, colpiti dalla coincidenza.
Come noi, dall’altra parte della strada, c’erano due ad aspettare in direzione opposta. La ragazza fumava senza agitazione. Poco distante, uno sui trenta poggiato e non poggiato alla palina si guardava intorno ciondolando-manintasca in quel mezzo metro quadro. Non erano affatto diversi da Monica e me, anzi, quasi speculari. Solo che, a differenza nostra, si erano estranei. Però pensai: anche due sconosciuti che si ritrovano nello stesso posto alla stessa ora sono una coincidenza. Valgono una coincidenza. Mica conta solo per chi si conosce già e si rivede dopo anni. Anche loro avevano vissuto mille percorsi e fatto scelte che poi li avevano portati lì a quell’ora. Andando a vedere, ci sarebbe stato senz’altro un buon motivo per dire che quella era una coincidenza anche intesa come combinazione: aver dimenticato la tessera dell’autobus a casa ed aver tardato per tornare a prenderla, ad esempio, oppure essersi accorti che era scaduta ed essere dovuti andare a comprare i biglietti, o magari recuperare terreno scoprendo nel tragitto che due biglietti, due, erano nel portafogli. Di riserva per eventuali andata e ritorno. Dunque quei due ragazzi erano una coincidenza bella e buona anche loro, pur non essendosi mai visti prima. Ché trovarsi nello stesso posto durante il percorso di un’intera vita parallela non è mica roba da poco… Solo che loro non lo sapevano. O forse anche sapendolo non avevano trovato un motivo per “riconoscersi”. O forse, anche trovandolo, erano troppo timidi per attaccarsi a una coincidenza. Se a lei fosse caduto l’accendino, magari, avrebbero potuto attaccarsi a due.

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(Foto: Katerine Bal)

Tra dire e fare.


S:
Tra dire e fare.. in mezzo a volte c’è molto
meno di quanto si pensi
Tra dire e fare.. all’improvviso l’hai fatto
benvenuto nel club degli stronzi
Tradire e fare.. il giro del mondo in un giorno
per non esser scoperto
Tradire e negare.. finché proprio non sei costretto
“Ti posso spiegare tutto!”

…E una storia si perde…
nella tristezza delle scuse più assurde…

R:
Ti ho tradito perché mi hai trascurato
Ti ho tradito perché ero ubriaco
Ti ho tradito perché tu non mi hai mai capito
E anche perché sai mi sono sentito… tradito..!
Ti ho tradito perché mi stavo cercando
Mi sarei trovato, anche se non so quando
Ti ho tradito per salvare il nostro rapporto..
E pensavo anche “mi ringrazierà un giorno..”

S:
Tra dire e fare.. veloci cambi di abiti
profumi vari o capelli sui colletti
Tra dire e fare.. veloci cambi di alibi
e straordinari un po’ sospetti

E una storia si perde…
Nella tristezza delle scuse più assurde…

R:
Ti ho tradito perché mi hai trascurato
Ti ho tradito perché sono stato drogato!
Ti ho tradito perché tu non mi hai mai capito
E molte volte sai mi sono sentito… tradito…
Ti ho tradito perché stavo lontano
chiedo perdono perché in fondo errare è umano!
Ti ho tradito per salvare il nostro rapporto
E pensavo anche “mi ringrazierà un giorno..”

Ti ho tradito perché mi hai trascurato
Ti ho tradito perché ero ubriaco..
Ti ho tradito perché tu non mi hai mai capito
E molte volte sai mi sono sentito… tradito!
Ti ho tradito perché mi stavo cercando
Mi sarei trovato anche se non so quando
Ti ho tradito per salvare il nostro rapporto
E pensavo che mi avresti ringraziato un giorno!

Maledetto vento (Chè una lacrima non conta).


Mi sono accorto di non aver mai messo il testo di una mia canzone inedita qui. E in fondo ne ho tante e non credo che avrò mai il problema del testo già edito che quindi non può andare a Sanremo, sia perché, appunto, eventualmente ne avrò altre, sia perché, questo molto probabilmente, non andrò mai a Sanremo 🙂 Comincio con questa che si intitola provvisoriamente “Chè una lacrima non conta”. Il testo non riguarda un singolo addio, ma è più una visione cinematografica, una serie di situazioni vissute che nella mia immaginazione si sono mischiate tra loro.

MALEDETTO VENTO (CHE UNA LACRIMA NON CONTA)

Sto bene come prima, matematicamente
Quand’ero in un vecchio quadro, libero e felice
Posso tornare indietro come fosse niente
Come prim’ancora che crescesse la radice.
Lo vedi che poi capita di lasciarsi in piedi
Proprio così come ci si era incontrati
E che certi giorni vengono col freddo
e ti fanno capire che vi eravate già lasciati
E che certi segni hanno diretta discendenza
Su altri un po’ più piccoli che poi cresceranno
E ti saranno accanto con la loro esperienza
E se ne staranno lì, anche se cicatrizzeranno.

So che mi perdonerai, se in circostanze simili
giuro che sto bene, ti sorrido e mento
Ti sistemo il bavero e cerco scuse inutili
chè una lacrima non conta nel maledetto vento…
Una lacrima non conta nel maledetto vento.
 

Torno da dove venivo, matematicamente
Quand’ero in un vecchio libro, senza l’appendice
Posso tornare indietro restando sempre forte
Ma chi è davvero forte probabilmente non lo dice.
Lo vedi che poi capitano imbarazzi dimenticati
quando eravate insieme semplici e spontanei
Noti certi gesti che ritornano formali
e che siete quegli stessi, uguali e reduci, due estranei.
 
So che mi perdonerai, se in circostanze simili
giuro che sto bene, ti sorrido e mento
Ti sistemo il bavero e cerco scuse inutili
chè una lacrima non conta… maledetto vento…
… maledetto vento.

 
Si contamina il silenzio degli occhi miei d’argento
mentre cerchiamo di sorridere sviando in cose stupide
proprio come facevamo la sera del nostro incontro
in quel punto mai scoperto prima del lungotevere
Lo vedi, certi segni sono solo un’apparenza
Fa freddo ed è normale, funziona così la ghiandola
Il fisico sorprende anche se faccio resistenza
La stringo e forse piango, o forse fingo, salutandola
 
So che mi perdonerai, se in circostanze simili
giuro che sto bene, ti sorrido e mento
Ti sistemo il bavero e cerco scuse inutili
chè una lacrima non conta nel maledetto vento…
So che mi perdonerai, se in circostanze simili
giuro che sto bene, ti sorrido e mento
Ti sistemo il bavero e cerco scuse inutili
chè una lacrima non conta nel maledetto vento…

L’alba (il primo bacio).


Uscire da casa sua, varcare quella soglia al contrario indietreggiando lentamente nell’improvvisazione sempre stentata dell’ultimo saluto, dopo averla finalmente baciata, solo poche ore prima. In un momento imprecisato, storicamente e cronologicamente imprevedibile per te e per lei. Sapevate entrambi che poteva succedere e forse entrambi stavate già pensando “se” e “quando” e “come” sarebbe successo, ma sapevate al tempo stesso che l’alchimia necessaria, pur dipendendo da voi, non dipendeva da voi. Tuttavia, stavate bene e non avevate voglia né tempo per pensarci. Si sarebbe dovuta creare da sola, spontanea, capitando un qualsiasi evento al momento giusto, captando un segnale sulle stesse frequenze, “capando” la scorza dell’imbarazzo finché quel terzo incomodo non fosse nudo. Svelando e congiungendo riferimenti più o meno impliciti, allineando una serie di assi immaginari, scoprendovi d’un tratto sulle stesse coordinate. Che cercandovi su google maps vi si sarebbe trovati nello stesso identico punto. In un copione che non vi era stato dato mai, portandovi a cercare di scriverlo gradualmente, ognuno secondo le proprie idee di sceneggiatura, ma dove almeno un paio di elementi avrebbero dovuto combaciare. E quella sera, forse proprio là dove lo script aveva una falla, un buco, vi eravate combaciati. Coincisi. Dal latino “cum incidere”: venire a cadere insieme. Avvenire nello stesso momento. E nessun verbo è mai stato più legittimo, perché amare è una caduta durante la quale nessuno si preoccupa mai della risalita, o di quando e perché dovrà risalire. Un viaggio per cui compri solo l’andata e non domandi quanto costa il ritorno o se ci sono offerte vantaggiose; andare giù, fregandosene se si vorrà tornare in superficie. Non si tratta altro che di cadere, lasciarsi andare. Non a caso in inglese si dice “to fall in love”. Non perché sia una debolezza, ma perché ti rende debole nel senso migliore che potresti mai immaginare di dare a tale sostantivo. E in quella debolezza voi eravate caduti insieme, coincisi. E coincisi anche nelle strade che vi avevano unito, casualmente, per via d’un amico comune che lavorava da anni all’estero e uno dei pochi giorni che era tornato nella sua città, guarda caso, aveva organizzato una piccola festa dove vi eravate conosciuti. E adesso lui era di nuovo a disegnare cucine e a ubriacarsi coi colleghi londinesi. E tutto vi aveva portato, due settimane dopo, a quel bacio e a tutti quelli che l’hanno succeduto prima che andassi, ovvio. Ma niente di più, sia chiaro. Se mai esistesse poi qualcosa di più. Che probabilmente deve essere ancora scoperto. Non proprio il “bacio” in senso generale, inflazionato e svalutato da tutti quei baci che troppe persone si sono date o hanno visto dare senza attribuirgli alcuna importanza – e tra quelle a volte ci sei stato anche tu – ma il primo. Il primo bacio non ha rivali, se con la persona giusta. Vince a mani basse. Nessun contatto lo raggiungerà mai. Non esiste né esisterà mai niente di paragonabile. Nel momento preciso in cui si raggiunge quel primo contatto avviene la conferma di un desiderio sperato; il consenso, la concessione, il permesso, l’impressione e sapore, l’esplorazione reciproca, la scoperta che anche se succede a cinquant’anni fa sentire adolescenti. Poco importa se i segnali fossero già positivi o tutt’altro. Non c’è un avventuriero o un esploratore di qualsiasi epoca o pianeta che possa avvicinarsi a voi in quell’istante. Un istante di cui è colma la letteratura, la musica e ogni altra ipotetica arte, senza che però nessuno dei più ispirati e sensibili artisti della storia possa avvicinarsi nella bellezza da entrare o descrivere il vostro. Ma soprattutto, due persone che fino a quel momento avevano parlato, sorriso, scherzato e poi riso; si erano prese in giro e avevano giocato, stuzzicato, raccontato, passato e presente… mangiato e bevuto educatamente… e poi di nuovo riso e parlato… e poi parlato e bevuto, e parlato ancora… la smettevano. A un tratto, come comandate da una forza maggiore, lasciavano il copione sul tavolino, accanto al posacenere e i calici di Sassicaia, e facevano improvvisamente sul serio. Stavano improvvisamente in silenzio. Zitte. Completamente e maledettamente zitte, per alcuni minuti. Come vittime di un sortilegio. E solo il silenzio può regalare tale intimità. Neanche la confidenza più terribile.

E mentre la salutavi sulla porta quasi non vedevi l’ora di andare via, talmente tutto era andato bene, talmente tutto era stato come doveva essere. Quasi avessi paura di poterlo corrompere in qualche modo. Come se l’unica tua preoccupazione fosse solo poterlo mantenere intatto, assolutamente perfetto nella tua mente. Sfioravi il paradosso: non vedevi l’ora di andare via da lei per poter pensare a lei. Andare in strada a viverlo ancora migliaia di volte nella tua testa, scoprendolo negli occhi del mondo e delle poche persone che incontri alle 6 del mattino. Netturbini, tassinari, stranieri che prendono il pullman, fattorini che tirano giù pacchi di giornali, baristi che tirano su le saracinesche. Tutto condito e condotto dalla luce: non poteva capitarti di meglio che uscire da quella casa che albeggiava appena. Niente è più esaltante. La giornata non è ancora cominciata, sei in anticipo su tutto – netturbini a parte – e anche su di lei, che comunque sarà una giornata bellissima.

(tratto da “Scisma babe”, storia che sto scrivendo in questo periodo)