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Pavimento. – canzone


PAVIMENTO

Ti accorgi di quando / arriva il momento
dal suo semplice colpo / nello stomaco
e l’intonaco cede /con un po’ di vento,
dalla parete / del tuo cervello.

Ti accorgi di quando / quando è il momento
di vomitare tutto quello / che ti va, che hai dentro
E la maschera cade / grazie al sentimento
schiaccia la faccia lì / sul pavimento.

Ti sporgi senza / voler stare più attento
ché Platone vi ha rubato già / fin troppo tempo
e il tuo unico credo / ti porta il conto
lasciato nudo da / quel tuo autocontrollo..

Ora un brivido scende / proprio dietro al collo
come cera, poi, ti prende poi / per tutto il corpo
e la maschera rende / il suo posto al volto
crollando fredda lì / sul pavimento.

Levami le bende.


Dammi gioia, dammi gioia,
ingoia questi attimi guardiani della mia voglia di vita
in questo inizio striscia sul precipizio delle mie labbra
e scolpisci la danza della tua lingua tutto intorno a loro
senza toccarle, mentre ti sfioro… con gli occhi
Lasciami scordare le persone passate di qua prima di te
solo qualche mese fa
non preoccuparti, chè non avranno più importanza
Restituiscimi l’arroganza invadente del mio sguardo quando sogna
quando desidera chi ama o magari solo brama di desiderare
Riportami il cuore in gola
chè nella fretta del mio vivere e pensare più a me stesso
non gli do spazio per risalire su
da qualche tempo.
Riscuoti il maledetto bene che ho dentro
restituiscimi il sangue che ho perso in questi anni
in tutti gli inganni di cui sono stato oggetto, troppo amato o viceversa.
Sento il cuore che sterza
ma non in un percorso anonimo, mai sterrato,
in cui ci si vuole semplicemente bene.
Non è per le mie vene, che lo sanno ormai da tempo
che io non sono il tipo, e in quei rapporti non ho senso.
E allora dammi, dammi la passione, la coesione dei metalli
gli intervalli tra i silenzi e la voce che si spezza, e che conduce anche spezzata.
Tra una carezza e una risata.
Senza riprendere fiato, senza rilasciare mai un muscolo
Violando il crepuscolo della mia mente
senza lasciarmi sfuggire, forzando ogni serratura,
aggrappandoti alle mura del mio odore, come un’avventura di bambini,
scalando i gradini ogni attimo di quel muro,
nel puro ritmo del tuo respiro
e godendone, ogni tiro.
Fammi ritrovare le scosse che avevo dimenticato, o che solo, forse, non volevo più
scoprendo in persone che non sapevano darmele,
soltanto bisogno di tempo per me stesso.
In un dolce compromesso, fammi ridere e coincidere con le tue risate
toglimi la convinzione arrampicante di essermi perso,
in un istante, in un solo momento
Levami le bende
Restituiscimi le pulsazioni, la grinta e il battere fottuto del tempo.
e il levare,
che da sempre mi sorprende.

Fuga del romantico che era in me.




Avresti almeno potuto farmi capire che rischiavo di perderti.
Si certo, forse avrei dovuto accorgermene da solo.
Ma dove sei andato? Si sparisce così?
Il tempo di distrarmi, preso dagli impegni, dalle mie fasi di stasi,
da concrete illusioni, forze maggiori e ambiti traguardi neanche lambiti.
E dopo non ti ho più trovato.
Dopo.
Sei sparito, porca troia.
Lasciandomi qui, cinico e talvolta volgare.
Eppure non puoi essere andato lontano. Devi essere comunque dentro di me, da qualche parte.
Lo so, ne sono sicuro. Come un bambino sa di una colpa.
Perché eri qui fino a poco tempo fa e io ti vedevo benissimo. Chiaro. La cosa più palese di me.
E diversa da quella degli altri perché cresciuta in cattività:
la banalità che spesso caratterizza quelli della tua specie, il cliché che ti rappresenta, tu lo pigliavi a calci in culo.
Eri limpido come il luccichio d’un diamante a mille metri sottoterra.
E io ero l’africano che faceva finta di non vederti, invece ti rubava di nascosto al padrone
mettendoti tra i denti o ingoiandoti,
che non ti avrebbe visto nessuno per un po’ finché non sarebbe stato il momento opportuno.
Nessuno si sarebbe accorto di te finché non ti avessi portato da qualche specialista,
o solo qualcuno che sapesse darti valore, o anche un mezzo delinquente di contrabbandiere.
Per vendere quella specialità al prezzo più comodo.
Non per forza il migliore, ma quello che mi serviva.
Ma non puoi essere andato lontano.
Puoi cercare di sporcarti quanto vuoi,
di vagare tra le viscere nel mio quartiere più caldo, macchiandoti di esperienze promiscue,
oppure andare al nord, vestito pesante, cercando il polo,
credendo di scoprire i limiti della mia esistenza.
Fuggi, scappa, rinchiuditi in qualche sottoscapola
ma non sarai mai diverso.
Che cazzo, lo so che ti aggiri tra i miei fastidi e le mie insofferenze,
tra la mia infanzia e il mio decadentismo,
tra le pareti di instabili ocra palazzi e i pruriti di vecchi biglietti staccati,
tra i cartelli che indicano il pancreas e quelli verso l’aorta ascendente,
che la strada tra lo stomaco e il cuore è la più veloce da percorrere
e, al tempo stesso, la più facile dove nascondersi;
tra le piccole cancrene invisibili e l’immondizia davanti alla discarica,
tra i ricordi dolorosi ormai seminterrati o le nebbiose sopraelevate
dove viaggiano lenti quelli piacevoli.
Ecco, probabilmente sei nascosto nel mio bronx del cazzo.
Sappi che ti sto venendo a cercare.
Vengo a prenderti.
Ci siamo sporcati entrambi.
Se sei rimasto ferito per alcuni fatti accaduti in passato lo capisco.
Forse è successo qualcosa che ti ha fatto allontanare.
Sei sempre stato un ingenuo, lo sappiamo, e qualcosa di certo ti ha deluso.
Ma bisogna pur crescere, no?
Io ti amavo profondamente ma era anche giusto che mi attaccassi alla realtà.
Se ogni tanto ti ho lasciato da parte è stato perché era necessario.
Ho dovuto.
Ho “dovuto” staccarmi da te, allontanarti per un po’.
Finché un giorno, dopo settimane che non ti cercavo,
mi sono accorto che non ti trovavo più.
Solo ogni tanto mi sembrava ancora che tu ci fossi, certe sere.
E forse ora ho bisogno di riaverti per tornare me stesso.
O anche solo per capire se eri stato un’illusione, una mia proiezione fantastica,
e se alla fine io sono diventato diverso da te o ancora ti somiglio.
Ma non puoi essere andato lontano.
Dove sei? Ti prego torna, o almeno fatti vedere qualche volta.
Mi manchi tanto.

L’incubo.



Non c’è incubo peggiore di quello che non ti ricordi

Svegliandoti nel vivo di una brutta sensazione

Con la mente e il cuore che sembrano discordi

Senza che vi sia un motivo vero e chiarificatore

Irto sul letto all’improvviso come vittima di un fulmine

ti chiedi allora come sia iniziata la questione

Quale fosse l’inciso e quale fosse il culmine

A provocare tale tremenda agitazione

Allora cerchi di tornare con la mente su un immagine

Ma niente figure o pagine, solo fogli bianchi

Niente colori o facce, niente note a margine

Solo di paure ci son tracce sugli occhi disturbati e stanchi.

E’ questo il vero orrore, la cella del non sapere

Il terrore ci disturba perché non si rammenta

cosa di tanto orribile sia potuto mai accadere

Di tutto lo scibile, che il sonno ci tormenta?

Forse un trauma di bambino o una fobia d’adulto

Un ladro che tenta un furto o qualcuno che ci uccide

O forse solo una sciocchezza ha provocato quel sussulto

Mentre Morfeo si è divertito e forse ancora ci deride

Ma lui è un Dio e noi no, e il nulla ci spaventa

Soprattutto quando sembra così poca la distanza

E nessuna spiegazione fino in fondo ci accontenta

Anche se siamo al sicuro, nella nostra stanza.