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Solo un ragazzo


E poi a distanza di anni chiacchieri con un amico scherzando su quanto eri stato stupido quella volta, o permaloso, o ingenuo.. come se ti accorgessi che non c’è niente di cui averne vergogna, come se quello fosse solo un ragazzo, come se quello non fossi più tu. E invece tu sai benissimo che sei ancora fatto così, che sei uguale identico: puoi aver capito, imparato, scoperto, ma sei sempre un pezzettino di quello stesso, a volte permaloso, a volte ingenuo, a volte stupido.

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Canzoni femmina.


Una donna è un po’ come una canzone: ci sono canzoni che sembrano colpirti al primo ascolto e altre che invece non ti vai a ricercare su internet o tra i tuoi mille dischi, e dovrà capitare di sentirle diverse volte prima di capirne il senso o la melodia, scoprire se ti piacciono davvero, comprenderne il reale valore. Prima di accorgerti che durante l’inciso c’è un dolcissimo violino che in altri ascolti non avevi mai notato o che nell’ultima strofa c’è una frase, alla quale, per la prima volta, dai un significato diverso dal solito. E può capitare addirittura di ascoltare un disco che non ci piace proprio e poi ritrovarlo dopo anni, magari un giorno che non si ha altro da mettere nel lettore, e accorgersi che  la traccia 9 è meravigliosa, ed era rimasta nascosta in quella palude tra la 8 e la 11. E invece è  un capolavoro. Almeno per noi. Ma è questo che importa. E potrebbe diventare la nostra canzone preferita, quella che mettiamo al primo posto in tutte le playlist.

A un’altra categoria appartengono naturalmente quelle canzoni la cui musicalità è così magnetica che per loro impazzisci sin dal primo ascolto, quelle che appena sentite tutti le ricantano, ballano, citano. Anche se spesso queste ultime sono proprio quelle che stancano con maggior facilità.

Due.


katerina bal
Alle due di domenica pomeriggio non girava quasi nessuno, eppure io e Monica ci eravamo ritrovati dopo anni a una fermata d’autobus di periferia in una desolata città che non era nemmeno la nostra. Ci eravamo guardati e subito riconosciuti, come se il tempo non fosse passato – soprattutto per lei -, salutandoci con affetto, colpiti dalla coincidenza.
Come noi, dall’altra parte della strada, c’erano due ad aspettare in direzione opposta. La ragazza fumava senza agitazione. Poco distante, uno sui trenta poggiato e non poggiato alla palina si guardava intorno ciondolando-manintasca in quel mezzo metro quadro. Non erano affatto diversi da Monica e me, anzi, quasi speculari. Solo che, a differenza nostra, si erano estranei. Però pensai: anche due sconosciuti che si ritrovano nello stesso posto alla stessa ora sono una coincidenza. Valgono una coincidenza. Mica conta solo per chi si conosce già e si rivede dopo anni. Anche loro avevano vissuto mille percorsi e fatto scelte che poi li avevano portati lì a quell’ora. Andando a vedere, ci sarebbe stato senz’altro un buon motivo per dire che quella era una coincidenza anche intesa come combinazione: aver dimenticato la tessera dell’autobus a casa ed aver tardato per tornare a prenderla, ad esempio, oppure essersi accorti che era scaduta ed essere dovuti andare a comprare i biglietti, o magari recuperare terreno scoprendo nel tragitto che due biglietti, due, erano nel portafogli. Di riserva per eventuali andata e ritorno. Dunque quei due ragazzi erano una coincidenza bella e buona anche loro, pur non essendosi mai visti prima. Ché trovarsi nello stesso posto durante il percorso di un’intera vita parallela non è mica roba da poco… Solo che loro non lo sapevano. O forse anche sapendolo non avevano trovato un motivo per “riconoscersi”. O forse, anche trovandolo, erano troppo timidi per attaccarsi a una coincidenza. Se a lei fosse caduto l’accendino, magari, avrebbero potuto attaccarsi a due.

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(Foto: Katerine Bal)

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Rosa.


Come nascono i bambini lo so. Non ho mai creduto alla versione del pancione e della vagina. I nostri genitori non sapevano mai come avvicinarci alla questione, s’imbarazzavano senza motivo al solo pensiero e inventavano storie assurde come questa, grossolana, della pancia che cresce. Diventa enorme, e donne anche bellissime sembrano deformi e non riescono quasi più a muoversi. Ridevo all’idea che davvero pensassero noi bambini così stupidi da credergli. Per non parlare poi di quando ci raccontavano dell’inseminazione. Stupidi. L’uomo e la donna avvinghiati in una sola cosa cercando un buffo compromesso tra ritmo e profondità,  istinto ed equilibrio, forza primordiale e romanticismo. Cardo e decumano. Dai, il membro, il pene, questo fantomatico essere che non solo nascondono costantemente ma addirittura si allunga (!) e s’insinua nella donna, ma solo quando “tecnicamente” pronta – in seguito a stage e master vari – ad accoglierli, lui e il suo seme, che piano arriva vulcanico, aumentando come la barra del tiro in “pro evolution soccer” (sarà un caso l’”evolution” poi?) fino a giungere a destinazione, a volte anche in anticipo rispetto agli orari sulla palina. Per poi in nove mesi dare alla luce un bimbo, formatosi da un unico spermatozoo. Insomma, vi siete impegnati per bene con sta storia. Oh, ma guardate che noi ancora prima che ci raccontaste tutto ciò sapevamo benissimo che nasciamo tutti dalla punta di una matita o di una penna, geni. Ce ne accorgiamo di queste cose. Sì, i bambini che non ce la fanno purtroppo vengono cancellati, ma poi li rifanno e se vengono bene li ripassano a penna o con la china. Scritti a parole o segnati di sé, è lo stesso. Prole dopo prole, se Dio vuole. Insomma, dobbiamo accettarlo d’essere tutti dei personaggi, mica c’è niente di male. Continuiamo ad esserlo per sempre. “Date ad un uomo una maschera e sarà sincero” diceva Wilde. Un vero matematico. Beh, sì, certo. Perché seguiva un principio matematico, quello che dice che meno con meno fa più. E viceversa, ovviamente. Ti nascondi nella tua formalità che in qualche modo condiziona la vera natura che ti appartiene, ma con una maschera, se nessuno sa chi sei, puoi lasciare libera quella stessa natura di asservirsi ad ognuno dei suoi vizi. Ogni principio matematico è perfettamente associabile alla vita di tutti i giorni e ai nostri comportamenti. Forse questa è la vera proprietà “riflessiva” di un elemento.
Eppure molti elementi non lo sanno, non si rendono conto di vivere come prosecuzione dei loro genitori e familiari ma anche di altri che conoscono nella vita. Quella bambina, quanto è carina.. guarda come imita la sorella maggiore o quell’attrice della tv davanti allo specchio. Pensa qualcuno che qualcosa cambierà quando avrà 20 o 45 anni? Quei rami, quelle diramazioni, fioriture che piano piano si affusoleranno ma non cambieranno mai neanche quando sarà morta. La sua ironia sarà figlia di quella che avrà scoperto da altri, così come la sua teatrale felicità davanti a una buona notizia. L’avrà visto fare e lo farà perché gli verrà così. Siamo soltanto semplici estensioni di qualcos’altro. Forse davvero siamo alberi.
E forse davvero avrei desiderato nascere dalla punta di una matita.
Ma fuori dalle mie visioni, dietro al vetro nel quale mi ero perso, “galleggiava” su un lettino la mia nuova nipotina, Rosa. Lei che aveva galleggiato altrettanto in quella navicella extraterrestre che è il grembo materno, totalmente inconsapevole di qualsiasi altra forma di vita se non la sua e della forza di gravità che piano stava scoprendo. Lei era appena arrivata da un viaggio incredibile, faticoso e nemmeno troppo divertente, nel quale aveva sentito voci strane provenire dall’esterno, porte chiudersi, persiane abbassarsi, cani abbaiarsi, signori arrabbiarsi, la mamma che piangeva, le sue conversazioni al telefono con le amiche o la nonna, la sua penna che scriveva un appunto sul blocco accanto al telefono, i soldi cercati nel portafogli poi sentiti cadere al supermercato, la cassiera che chiedeva se serviva una busta, rumore di buste, clacson di motorini, il dottore che parlava di serenità e riposo, voci uscire dalla tv e una certa Norah Jones, di cui la mamma ascoltava sempre la musica, ma che al telefono non ci parlava mai.
E poi quelle volte che la mamma lavorava e correva da una parte all’altra e la sballottolava in continuazione, i giorni al mare d’estate e quella strana sensazione di finta calma, le notti di sesso più o meno attento con quel tipo che non si sapeva chi cazzo fosse e che cazzo volesse, e soprattutto perché non gli bastasse dato che c’era già lei che non vedeva l’ora di uscire. Non sapeva mica lei che quello era il padre, non sapeva neanche cosa fosse un padre. Poi piano piano ne sentì parlare. Lo sentì parlare. Le parlava in continuazione, tanto che, pensava: “sarebbe meglio uscire di qua il prima possibile”.
Lei si che aveva fatto un viaggio vero, non come Andrea e Annabella che erano stati a Ibiza.
E ogni tanto forse cercava talmente di capire le cose, la nostra avventuriera, che reagiva sgomitando e agganciando cazzotti e calci a destra e manca, mettendo spesso a tappeto la mamma, che le lanciava imprecazioni di cui poi si rendeva conto essere terribilmente la reale ed unica destinataria, in una specie di specchio riflesso fatto a se stessa, delineando forme paradossali inestricabili.
Non c’era solo commozione dunque, ma anche ammirazione per quel viaggio stancante. Ché quella bimba era una tosta. Eh, sì perché l’esploratrice era anche lo spermatozoo di cui prima. Eh, quello deve esser tosto, perché solo “uno su mille ce la fa, ma quant’è dura la salita… in fondo c’è la vita”. Non sarà che la canzone parlasse proprio di questo? Beh, comunque anche se non fosse stato tosto, almeno molto fortunato. Come quello da cui provieni tu, pensa: quello spermatozoo tra mille eri e sei tu. Si, sei proprio tu come sei adesso. Sei tu ad aver vinto la gara, il bando, la regata, il concorso, la selezione, la maratona di New York. Sei tu quello. Sei quello che ha passato l’ultimo turno, il call-back, la lotteria di capodanno della vita dei tuoi genitori. Sei nato speciale, già vincente di qualcosa, e questo non è affatto poco. Non dovresti dimenticartelo mai nella vita. Troppe persone se lo scordano o forse non ci hanno mai pensato. Gli spermatozoi possono essere anche 200 milioni per millilitro di sperma eiaculato. E tu eri uno soltanto, tra quelli. E così Rosa aveva già vinto qualcosa di grande, d’immenso. Pensavo a tutti gli altri che non erano “nati”, gli altri 199.999.999. Chissà chi erano, chissà chi sarebbero stati. Chissà se avrebbero fatto la rivoluzione. Si potrebbe dire che l’importante è partecipare, e magari erano comunque felici per quell’unico che aveva vinto. Del resto, bisogna capirmi, ero lì in attesa e facevo mille pensieri.

rosa foto ilona pulkstene-

Ross

Ah.


La ragione sa benissimo che l’istinto è il suo migliore amico. Mentre lei é lì chiusa in una stanza che si arrovella, riflette, considera, valuta, calcola le conseguenze, disegna progetti, fa equazioni e disequazioni… lui si stufa, esce fuori ricordandosi al massimo le sigarette – senza nemmeno prendere le chiavi di casa, dirle niente o salutarla – e decide per entrambi, perché del resto é lui ad avere il potere esecutivo. Sa che soltanto lui può liberarla e non vuole vederla così. All’insaputa di lei, che probabilmente cercherebbe di bloccarlo ancora una volta o due, tanto che in certi casi precedenti ha dovuto addirittura tramortirla e lasciarla stesa sul divano. Tuttavia, è uno veloce, fa le cose in fretta, si sbriga. Quando ritorna la trova lì che sta bevendo una tazza di camomilla sul letto e non sa ancora cosa sia veramente meglio. Lui apre la porta della camera ancora prima di posare sciarpa e cappotto e le dice semplicemente “ho fatto”. E la palla torna di nuovo a lei. Che lui fa quello che deve ma poi si dilegua, come uno specialista chiamato appositamente. Con la differenza che si attiva da solo. Lei non può che prendere atto della cosa, rispondere con un “ah” al quale non sa aggiungere nulla e cominciare a rimuginare sull’accaduto. Contenta, da una parte, di non doverci pensare più, perché era quello il suo vero problema; cominciando, dall’altra, a riflettere sulle eventuali ripercussioni. Iniziando però a sciogliersi lentamente, rilassarsi, e forse pure a voltare pagina e pensare alla cena. Anche se l’istinto non è particolarmente schizzinoso e mangia quasi tutto. E’ un buon coinquilino in fondo, tolto quando s’innervosisce troppo, quasi sempre per colpa della ragione stessa.

(da un mio racconto)

L’alba (il primo bacio).


Uscire da casa sua, varcare quella soglia al contrario indietreggiando lentamente nell’improvvisazione sempre stentata dell’ultimo saluto, dopo averla finalmente baciata, solo poche ore prima. In un momento imprecisato, storicamente e cronologicamente imprevedibile per te e per lei. Sapevate entrambi che poteva succedere e forse entrambi stavate già pensando “se” e “quando” e “come” sarebbe successo, ma sapevate al tempo stesso che l’alchimia necessaria, pur dipendendo da voi, non dipendeva da voi. Tuttavia, stavate bene e non avevate voglia né tempo per pensarci. Si sarebbe dovuta creare da sola, spontanea, capitando un qualsiasi evento al momento giusto, captando un segnale sulle stesse frequenze, “capando” la scorza dell’imbarazzo finché quel terzo incomodo non fosse nudo. Svelando e congiungendo riferimenti più o meno impliciti, allineando una serie di assi immaginari, scoprendovi d’un tratto sulle stesse coordinate. Che cercandovi su google maps vi si sarebbe trovati nello stesso identico punto. In un copione che non vi era stato dato mai, portandovi a cercare di scriverlo gradualmente, ognuno secondo le proprie idee di sceneggiatura, ma dove almeno un paio di elementi avrebbero dovuto combaciare. E quella sera, forse proprio là dove lo script aveva una falla, un buco, vi eravate combaciati. Coincisi. Dal latino “cum incidere”: venire a cadere insieme. Avvenire nello stesso momento. E nessun verbo è mai stato più legittimo, perché amare è una caduta durante la quale nessuno si preoccupa mai della risalita, o di quando e perché dovrà risalire. Un viaggio per cui compri solo l’andata e non domandi quanto costa il ritorno o se ci sono offerte vantaggiose; andare giù, fregandosene se si vorrà tornare in superficie. Non si tratta altro che di cadere, lasciarsi andare. Non a caso in inglese si dice “to fall in love”. Non perché sia una debolezza, ma perché ti rende debole nel senso migliore che potresti mai immaginare di dare a tale sostantivo. E in quella debolezza voi eravate caduti insieme, coincisi. E coincisi anche nelle strade che vi avevano unito, casualmente, per via d’un amico comune che lavorava da anni all’estero e uno dei pochi giorni che era tornato nella sua città, guarda caso, aveva organizzato una piccola festa dove vi eravate conosciuti. E adesso lui era di nuovo a disegnare cucine e a ubriacarsi coi colleghi londinesi. E tutto vi aveva portato, due settimane dopo, a quel bacio e a tutti quelli che l’hanno succeduto prima che andassi, ovvio. Ma niente di più, sia chiaro. Se mai esistesse poi qualcosa di più. Che probabilmente deve essere ancora scoperto. Non proprio il “bacio” in senso generale, inflazionato e svalutato da tutti quei baci che troppe persone si sono date o hanno visto dare senza attribuirgli alcuna importanza – e tra quelle a volte ci sei stato anche tu – ma il primo. Il primo bacio non ha rivali, se con la persona giusta. Vince a mani basse. Nessun contatto lo raggiungerà mai. Non esiste né esisterà mai niente di paragonabile. Nel momento preciso in cui si raggiunge quel primo contatto avviene la conferma di un desiderio sperato; il consenso, la concessione, il permesso, l’impressione e sapore, l’esplorazione reciproca, la scoperta che anche se succede a cinquant’anni fa sentire adolescenti. Poco importa se i segnali fossero già positivi o tutt’altro. Non c’è un avventuriero o un esploratore di qualsiasi epoca o pianeta che possa avvicinarsi a voi in quell’istante. Un istante di cui è colma la letteratura, la musica e ogni altra ipotetica arte, senza che però nessuno dei più ispirati e sensibili artisti della storia possa avvicinarsi nella bellezza da entrare o descrivere il vostro. Ma soprattutto, due persone che fino a quel momento avevano parlato, sorriso, scherzato e poi riso; si erano prese in giro e avevano giocato, stuzzicato, raccontato, passato e presente… mangiato e bevuto educatamente… e poi di nuovo riso e parlato… e poi parlato e bevuto, e parlato ancora… la smettevano. A un tratto, come comandate da una forza maggiore, lasciavano il copione sul tavolino, accanto al posacenere e i calici di Sassicaia, e facevano improvvisamente sul serio. Stavano improvvisamente in silenzio. Zitte. Completamente e maledettamente zitte, per alcuni minuti. Come vittime di un sortilegio. E solo il silenzio può regalare tale intimità. Neanche la confidenza più terribile.

E mentre la salutavi sulla porta quasi non vedevi l’ora di andare via, talmente tutto era andato bene, talmente tutto era stato come doveva essere. Quasi avessi paura di poterlo corrompere in qualche modo. Come se l’unica tua preoccupazione fosse solo poterlo mantenere intatto, assolutamente perfetto nella tua mente. Sfioravi il paradosso: non vedevi l’ora di andare via da lei per poter pensare a lei. Andare in strada a viverlo ancora migliaia di volte nella tua testa, scoprendolo negli occhi del mondo e delle poche persone che incontri alle 6 del mattino. Netturbini, tassinari, stranieri che prendono il pullman, fattorini che tirano giù pacchi di giornali, baristi che tirano su le saracinesche. Tutto condito e condotto dalla luce: non poteva capitarti di meglio che uscire da quella casa che albeggiava appena. Niente è più esaltante. La giornata non è ancora cominciata, sei in anticipo su tutto – netturbini a parte – e anche su di lei, che comunque sarà una giornata bellissima.

(tratto da “Scisma babe”, storia che sto scrivendo in questo periodo)

L’unica cosa che conta sono le mani.


L’unica cosa che conta sono le mani. Per come si muovono e per i tempi che scelgono. La loro posizione, le loro decisioni, seduti al bar o facendo jogging sul lungofiume, mentre si  sceglie una mela al mercato o quando ci si presenta a qualcuno; per come raccolgono la luce e le sfumature di un ambiente su di loro, tra le sporgenze delle vene. E’ il punto esposto dove le vene si possono vedere meglio, con la loro intelaiatura, la loro mappa, l’espressione maggiore della nostra vitalità. Le mani sono un’estensione del nostro cervello, del nostro modo di pensare. Le diramazioni che trasmettono i segnali, gli impulsi, i timori o le intenzioni. Sono i nostri alberi, sono le radici ma anche i rami insieme. Sono la terra e l’aria che diventa fuoco. E per uno come me, segno d’aria con ascendente di fuoco, non è affatto poco. Nelle mani cerco di scoprire non il futuro, come altri sanno fare, ma il passato. Sarà che io guardo il dorso, il retro, e non il palmo. E si può cercare di capire chi è stato o chi è qualcuno anche dalla loro forma e dalle proporzioni, scansando sin da subito allusioni a vecchie battute. Quello non c’entra e non importa. La connessione col sesso c’è, ma è ben diversa. Le mani possono trasmettere la volontà e la forza, la potenza e la virilità. L’audacia e il desiderio. Anche mentre il desiderio si sta realizzando. Devono essere la massima espressione del tuo desiderio, sono loro che devono farle capire di essere tua. E soprattutto, dimostrano che sai dove vuoi andare, che ci  sono delle scelte nei loro percorsi, che conosci perfettamente quello che stai facendo e perché. Ma anche quanto ti interessa viaggiare oltre l’atto sessuale e quanto dalla schiena, come dal collo o una guancia, le mani sanno di ricevere un contatto che amplifica di mille volte il rapporto. Le mani sono l’ ”altro” contatto sessuale. Dove ci sono i centri di tutto, ogni trasmissione. Anche delle proprie fantasie, dei propri percorsi. Sia attivi che passivi. Avvicinare le sue alla bocca, sentire che spingono sul proprio petto oppure prenderle e spingerle verso di noi. Come se il rapporto in sé non bastasse affatto, lasciasse una qualche forma d’insoddisfazione colmata dalle mani. E dai loro itinerari.

Sexy point.


Dietro a quell’ultima parola non c’era il solito punto esclamativo che richiamava un entusiasmo amichevole, né i classici smaliziati puntini di sospensione che sembrano a volte non volersi sbilanciare con un “interpreta come vuoi” e altre invece essere fin troppo ammiccanti, scadendo nel banale. No, ci aveva messo un punto. E il punto rendeva il tutto maledettamente più serio. E il punto rendeva il tutto maledettamente più sexy.

Da una storia che sto scrivendo.